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Politica

da il Fazioso:


crisi pdl Pdl: non serve cambiare nome se non si cambiano le persone. Primarie ovunque!

Se la soluzione è nascondere il Pdl con liste civiche alle elezioni amministrative siamo messi male. Capisco l’intento di coprire un nome e un simbolo ormai da pensionare perchè chiaramente collegati a un’esperienza governativa non soddisfacente ma dietro a una tattica  piuttosto raffazzonata è evidente che non c’è una strategia seria di lungo termine.

La questione è piuttosto semplice: la classe dirigente del Pdl non è più credibile. C’è solo tanta retorica sui congressi come se questi siano la salvezza di un movimento che vede erodere ogni giorno di più i suoi consensi. Invece oltre a tessere false, truppe cammellate e scelte calate dall’alto non c’è altro.

Il rinnovamento stenta e le primarie che avevano acceso quella già flebile voglia di partecipazione dei militanti stentano a diventare normalità. Si fanno in pochissime città, il più delle volte senza essere segnalate e pubblicizzate a dovere. Mentre quasi ovunque si continua con la logica della spartizione, delle correnti, dei signori delle tessere.

Veramente si crede che con la lista civica di nominati dall’alto si risolva qualcosa? Noi attendiamo ma la pazienza sta per finire…

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da il Fazioso:


foibe Per Pisapia le foibe sono un fatto marginale di cui i comunisti non hanno colpa

Le foibe sono un episodio marginale della guerra

Sono state la risposta (sbagliata e irrazionale) alla persecuzione fascista

Le foibe sono momenti tragici della recente storia dell’Italia post fascista. Politicamente questo argomento è stato usato per la battaglia anticomunista, per addossare al comunismo colpe che non ha avuto

Il rancore e l’odio accumulati da sloveni e croati per la criminale oppressione fascista può spiegare i comportamenti degli jugoslavi nei confronti della popolazione italiana che veniva identificata in blocco come nemico storico del nazionalismo sloveno e croato

Questi i vergognosi punti salienti del volume, prodotto dall’Anpi e stampato e finanziato dal Comune di Milano. Insomma la maggioranza di sinistra finanzia assurdità revisioniste in cui si dà completa responsabilità ai fascisti, pur di non riconoscere i misfatti del comunismo.

Bugie che fanno male (le associazioni già parlano di scandalo) ma sono perfettamente in linea con il personaggio Pisapia che non ha mai nominato i crimini del comunismo nel suo discorso (contestato) del 10 febbraio e nel 2004 aveva votato in parlamento contro l’istituzione della «giornata del ricordo»

Questa è la sinistra italiana…

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da Libertiamo:

di PIERCAMILLO FALASCA –

“Il 1° marzo 2012 è la data di entrata in vigore delle nuove Norme sulla privacy e dei nuovi Termini di servizio di Google. Se scegli di continuare a utilizzare Google dopo l’applicazione delle modifiche, tale utilizzo sarà regolato dalle nuove Norme sulla privacy e dai nuovi Termini di servizio”. (Dall’anteprima delle nuove norme sulla privacy di Google)

Quanti negli ultimi giorni hanno ferocemente criticato la decisione di Mountain View di unificare il trattamento dei dati personali degli utenti in un solo corpo di regole (si legga a tal proposito l’editoriale domenicale di Gianni Riotta su La Stampa) dovrebbero, anzitutto, fare i conti con la premessa di queste nuove norme: se scegli di continuare a utilizzare Google e i suoi tanti servizi, queste sono le condizioni d’uso, peraltro immaginate per personalizzare l’offerta complessivaai gusti e alle esigenze dell’utente. Se scegli, quindi. Siamo liberi di avere Gmail o di non averla, di archiviare le nostro foto in Picasa o altrove, di usare o meno Youtube e Google Health. Soprattutto, siamo liberi di fare tutto questo da utenti registrati o da utenti anonimi.

Il Garante italiano della privacy Francesco Pizzetti, intervistato oggi da La Stampa, asserisce che per noi europei la riservatezza sarebbe “un diritto fondamentale”, mentre negli Stati Uniti sarebbe “sì un diritto, ma commisurato ad altri, come la libertà d’impresa”. Con le sue parole Pizzetti declina in salsa digitale una frattura storica e filosofica tra le due sponde dell’Atlantico. Nel Vecchio Continente prevale nel decisore pubblico la pretesa di accompagnare quasi paternalisticamente il consumatore – titolare di diritti, appunto – nei suoi rapporti con le imprese; negli Usa la visione del rapporto tra impresa e consumatore è interpretata anzitutto sulla base del “contratto”, liberamente stipulato tra le parti. La conseguenza del diverso approccio sta nei margini di libertà riconosciuti alle imprese, con l’America indiscutibilmente meno invasiva nei confronti degli operatori del mercato e delle loro strategie d’innovazione.

Dal 1° marzo, insomma, la mercanzia che Google offre ai suoi clienti include quel nuovo impianto di regole sul trattamento dei dati: prendere o lasciare. Qualcuno può forse rivendicare un “diritto a Google” e ai suoi variegati servizi, e perciò il dovere della multinazionale di svolgere la sua funzione entro i paletti stretti che i decisori europei vorrebbero fissare in materia di privacy? No, per fortuna.

Nessuno nega come negli ultimi tempi l’opinione pubblica abbia iniziato ad attribuire un valore sempre maggiore alla riservatezza, al pieno controllo dei propri dati e delle proprie azioni. Ciononostante, l’uso disinvolto dei social network sembra spesso ridurre questa attenzione per la privacy ad una mera preoccupazione teorica, non confermata dai comportamenti e dalle scelte quotidiane: di noi lasciamo sapere tutto a molti; lasciarci conoscere e conoscere gli altri, entrando reciprocamente nella sfera intima, è la ragione stessa per cui siamo iscritti a Facebook, a Twitter, a Google+ e via discorrendo.

Se comunque la nostra riservatezza c’importa – se rivendichiamo il nostro diritto di proprietà sui dati personali, al punto da poter eventualmente trasferire da un sito all’altro e finanche cancellarli del tutto – dovremmo probabilmente coltivare noi stessi la cultura della riservatezza: usare maggiore cautela in ciò che pubblichiamo e diffondiamo, informarci bene di quali condizioni regolano il nostro ingresso su questa o quella piattaforma di contenuti.

D’altronde, se la privacy diventa per noi un valore prezioso, state ben certi che sul mercato si affermeranno sempre di più programmi dedicati a proteggere i nostri dati, a cancellare cookies e ad avvertirci in tempo utile ogni qual volta stiamo per consegnare all’oceano della Rete nostre informazioni preziose. Google e gli altri grandi protagonisti del web, in fondo, sanno di dover (e in futuro sempre di più) fare i conti con la “domanda” di privacy dei navigatori, se non vorranno subire l’erosione di quote di mercato da parte di imprese che offriranno maggiori garanzie, fino magari all’anonimato. E’ nella consapevolezza delle nostre scelte di utenti, insieme alla potente “minaccia” di cambiare contraente, la migliore protezione possibile.


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da Libertiamo:

-

Nel corso di questa settimana Libertiamo.it ospiterà una campagna tributo alla donna che cambiò la fine del secolo scorso, la propria condizione sociale e, guidando il Regno Unito nel modo in cui lo guidò, il mondo intero. Per l’arcipelago della politica e del pensiero liberale Margareth Thatcher non è una banale icona. E’ il cigno nero che ne confuta il pessimismo e la disillusione, riconciliandolo con l’impegno politico e la  democrazia. La straordinaria esperienza di politica e di governo vissuta da questa figura unica nel panorama politico del XX secolo ancora oggi ci spiega, come liberali e conservatori, le ragioni per cui val la pena provarci. Se non lo avete ancora fatto, correte a vedere il film. Ma soprattutto non perdete neppure uno degli articoli che dedicheremo alla Lady di ferro [L.S]

La prima volta che mi sono imbattuta in Margareth Thatcher – seriamente, intendo – è stato leggendo una biografia di Tony Blair (by Anthony Seldon). Il padre di Blair era espressione di una middle class desiderosa di diventare upper, ovvero realizzare il proprio potenziale, ascendere socialmente ed economicamente, capitalizzando il proprio talento. Un’attitudine aspirazionale, quella, comune a gran parte della piccola e media borghesia britannica. Un’attitudine che l’egualitarismo laburista rigettava, l’elitarismo conservatore snobbava. Sino alla Thatcher.

Figlia di un droghiere e donna. Non sono aspetti marginali. Probabilmente, anzi, è proprio il vissuto personale ad aver fatto di Miss Roberts, Lady Thatcher, e della sua filosofia aspirazionale il paradigma di una nazione, non solo di un partito. Lei non ci pensava proprio a far la femmina di casa; non ci pensava proprio a rinunciare alla propria vocazione: la politica. La costruzione e realizzazione di una visione politica. Lei non ci pensava proprio a pretendere di non essere quello che l’evidenza le dimostrava essere: la leader di una nazione.

Realizzare in pieno il proprio potenziale individuale, a dispetto dello status familiare, è un approccio razionale allo sviluppo della persona, quindi della società – che è altro dallo Stato. Al contrario, porre ostacoli allo sviluppo dell’individuo (al progresso, nell’accezione neolaburista), limitarne le chance di affermazione, o ancora scoraggiarne il perseguimento in nome di un diritto all’eguaglianza d’arrivo significa alimentare ingiustizie sociali, dunque inibire la società nel suo insieme dal progredire, civilmente oltre che economicamente. Questo è – in sintesi estremissima, primordiale e certamente parziale – il thatcherismo. O meglio ne è, a mio avviso, l’aspetto più filosoficamente profondo e politicamente universale.

Le dinamiche sociali non sono mai neutre. Quel ‘patto’ tra liberi cittadini denominato Stato è una sovrastruttura poli-dimensionale – ideologica, ma anche tecnica, politica, culturale.

La sua funzione è, basilarmente, quella di ‘calmierare le dinamiche sociali’, regolandole. La regola è in sé sempre un’inibizione, talvolta necessaria (là dove essa serve ad impedire che la libertà di qualcuno neghi la libertà di qualcun altro), talora superflua o addirittura nociva.

È superflua, ad esempio, quando pretende di agire su ispirazione morale (la proibizione di consuetudini malsane per la salute). È nociva quando si spinge a commissariare il libero esercizio della responsabilità soggettiva, inibendo i destinatari della regola dal compiere le loro molteplici, non regolate manifestazioni creative. Gli Ordini professionali, la penalizzazione fiscale della ricchezza, la remunerazione tarata per default sull’anzianità, sistemi di ascesa fondati sulla relazione piuttosto che sulla cognizione: in breve, l’incoraggiamento alla passività, invece che all’intraprendenza, sono fattori che producono iniquità. Non agevolano ma inibiscono il merito, non contengono ma favoriscono i privilegi ereditari: soffocano le possibilità del singolo individuo e con esso quelle della collettività sociale di cui egli stesso è parte. Se ne rafforza lo Stato, la sovrastruttura, che non è un potere in sé – o, almeno, non dovrebbe esserlo, se non per le funzioni ad esso deliberatamente conferite ; che non è neanche soggetto responsabile: è un semplice provider di servizi notarili, lo Stato.

Può uno Stato agire come liberatore del potenziale individuale? Può farlo, riducendo al minimo gli effetti coercitivi, dunque distorsivi, della propria presenza. Dovrà regolare il gioco perché sia fair, equilibrato, mai cedere alla tentazione di sostituirsi ai player – nell’accezione singola o collettiva – ché non è suo compito pianificarne obiettivi, strategie, strumenti d’azione.

L’individuo è non solitario ma influente protagonista della società di cui è membro. E la società non è un universo a somma zero. Al contrario, la sua capacità potenziale (il suo Pil, il suo grado di sviluppo culturale, la sua attrezzatura civile) è sostanzialmente ‘non determinabile’ perché potenzialmente infinita. Quale Stato avrebbe mai potuto pianificare l’apporto al benessere collettivo di una creazione individuale come Google o Facebook o la Coca Cola o l’Iphone?

Non è qui – o non dovrebbe star qui – la differenza tra destra e sinistra. Aldilà degli apparati teorici di riferimento, il principio per cui chiunque deve poter essere nelle condizioni di contribuire allo sviluppo sociale con il proprio portato individuale, senza ostacoli o vincoli sistemici, ma anche nel pieno esercizio della propria responsabilità, e comunque senza la pretesa di essere in diritto di ricorrere allo Stato come prestatore di ultima istanza di risorse sociali, è condiviso da Blair e teorizzato da quello che fu il suo New Labour.

La differenza è che Blair riteneva legittimo, anzi possibile, il ruolo di player facilitatore, ovvero prestatore, da parte dello Stato, la Thatchter no. La differenza, cioè, sta nel ‘quanto’ e nel ‘come’ della spesa pubblica.

Il welfare o la potenza militare: sono entrambi costi, arbitrariamente decisi dallo Stato. Quale dei due valorizza di più individui e società? La detenzione in carcere o le pene alternative che vincolano, ma non inibiscono, la libertà del reo: quale forma di repressione degli atti anti-sociali favorisce meglio l’armonica convivenza della collettività? La costruzione di centrali nucleari o l’efficientamento di sistemi di produzione, distribuzione e consumo energetico garantisce meglio la possibilità di sviluppo industriale e tecnologico, dunque economico, dell’insieme? E l’Europa, anzi la Grecia dei bilanci falsi, e l’Italia dei corrotti, e la Spagna dei fake sistemici e l’Irlanda delle bolle e il Portogallo del miracolo (effimerissimo): siamo stati capaci di tutto e buoni (quasi) a niente. Ha ragione la Merkel che o austerità o morte, o abbiamo ragione noi che austerità sì, ma anche no?

Voi lo sapete? Io non lo so. O comunque, lo saprei se fossi al comando!

Agli amici che hanno criticato il film The Iron Lady, perché troppo negativamente riduttivo, troppo personale, troppo Alzheimer, mi permetto di far osservare che la politica è sempre (anche) quella cosa lì: vissuto personale, cioé valori, principi, convinzioni profonde, sostanzialmente auto-esperenziali. Questo vale per la donna Thatcher, come per l’uomo Blair. Come, ora, per l’uomo Sarkozy o la donna Merkel. E mi spingo oltre: non è la teoria liberal-liberista ad aver reso pazzescamente infinita la Lady, ma il suo essere donna, figlia di un salumiere, e con due palle così.

Nella stessa serie

The Iron Lady/1. Ottima interpretazione di un personaggio dipinto senza chiaroscuri di Gianfranco Cercone


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