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Politica

Mi capita di rado! Però questa volta condivido totalmente la riflessione dell'elefantino! Sarò un illuso ma spero proprio che Gianfranco Fini, nel suo lungo e appassionato intervento di Mirabello, pensasse le cose che riporto in questa nota!

Anticipazione dal Foglio del lunedì. 5 Settembre 2010. Gli affari del signor Berlusconi sono gli affari della nazione (di Giuliano Ferrara).

Ad personam, dunque, e vediamo se questo latinorum etico al quale è inchiodata l’Italia dal 1994 abbia un senso, eventualmente, e quale. Berlusconi, e ormai è chiaro, non è mai entrato in politica. Quello era il mio desiderio e di pochi altri scemi. Una anomalia che diventa nuova cultura politica attraverso la costruzione di un sistema costituzionale diverso da quello travolto nelle inchieste che liquidarono i partiti del Cln, fondato sulle regole del maggioritario e dell’alternanza, e di un nuovo spirito liberale: illusione da gonzi. Anche Pannella ci credeva, in Berlusconi amerikano. Anche molti suoi nemici gli riconobbero inventiva, slancio, amore fantasioso della novità, videro in atto una riforma della politica, e la imitarono, e parlarono di un Reagan della Brianza. Ma non era politica. Era davvero una discesa in campo. Era una partita. Quel che più importa, era una partita personale, per la quale Berlusconi si inventò una squadra e giocò, vincendolo ripetutamente, ma anche incorrendo in severe sconfitte, il campionato.

Non ha senso rimproverare a Berlusconi di badare ai propri affari, cioè di difendere sé stesso dai magistrati d’assalto e la sua roba da sentenze che vorrebbero smembrarla a tavolino. Berlusconi si è indirizzato al paese che ama, ha parlato da presidente fin dal primo istante, un temperamento tifoso-patriottico ce l’ha e anche non privo di una sua grandeur, e Forza Italiaaaaaaa!, ma non ha mai nascosto la nuda verità: non voglio che facciano a me quel che hanno fatto a Craxi politico o a Rizzoli e Gardini imprenditori, un saccheggio della roba che è il frutto della mia industriosità e dei miei compromessi con lo spirito e il gusto del pubblico, e con la politica degli anni Ottanta, e un attacco ad personam capace di portarmi dietro le sbarre. Berlusconi passerà alla storia per questo: lo volevano morto per ragioni di faziosità politica, per completare il ciclo della gogna e della ghigliottina manipulitista, lui si prese l’immaginazione del paese, il suo consenso, e li sgominò dominando la scena italiana, riducendo al lumicino un establishment fitto di imbroglioni senza talento, salendo sulla ribalta europea e mondiale in anni turbolenti e duri per l’economia, per l’ordine internazionale, per la politica.

Ma è chiaro che Berlusconi non ha mai voluto superare la sua anomalia, che è in fondo la sua identità. Prima o poi, visto che una riforma rivoluzionaria del sistema costituzionale si è rivelata impossibile, bisognerà ripristinare un sordo e grigio sistema di routine istituzionale, ordinato e comprensibile al di là dei caratteri personali, e sarà bello per allora occuparsi di tante altre cose belle che accadono nel mondo, ma per ora dire “ad personam” vuol significare niente, esattamente niente. Berlusconi ha giocato sé stesso nell’avventura, e quando si difende con le unghie e con i denti, fa semplicemente politica, la fa nel modo legittimato dal ruolo che ha interpretato nella storia italiana, dal consenso che riceve, e dalla giusta, sacrosanta resistenza alla trasformazione di questo paese in una caserma o in una dépendance delle procure della Repubblica. Gli affari dell’establishment  – insider trading compreso – sono affari di famiglia. Gli affari del signor Berlusconi sono gli affari della nazione. Punto e basta.?

Il discorso di Fini a Mirabello ha mostrato continuità con quanto successo negli ultimi mesi. Fini ha tutto il diritto di criticare la leadership e la direzione del Pdl. In molte delle sue accuse ci sono delle ragioni condivisibili da moltissimi elettori di centrodestra e non, non solo il cesarismo di un leader che sembra più un Re Tentenna (Carlo Alberto di Savoia) che un Giulio Cesare pronto a varcare il Rubicone per bypassare il bizantinismo del Senato, in nome dell'autodecisionismo. Vi sono molte questioni gravi e irrisolte nell'economia. La destatalizzazione è ferma. La partita con la parte della magistratura più corporativa è persa.Il postmarxismo controlla le corporazioni delle arti. La stampa è asservita ai diversi potenti, quello palese (SB), ma anche quelli occulti (gli altri).


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Offrendo la sua opinione sui possibili scenari geoeconomici degli anni venire, l’economista Homi Kharas (http://www.brookings.edu/experts/kharash.aspx) (del Brookings Institution) ha ipotizza oggi su “Il Sole 24 Ore” l’ingresso dell’Africa sub-sahariana tra le aree emergenti. L’idea è che il Bric (Brasile, Russia, India e Cina) possa insomma diventare un “Bric-Africa”.


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Lo strappo si è consumato. Non è vero che Fini ha passato il cerino a Berlusconi. Quando si afferma che il Pdl non c’è più e che al suo posto è restato il partito del predellino, oppure è restata Forza Italia allargata ai colonnelli, e si dichiara che Futuro e Libertà andrà avanti, tutto ciò non può che significare la nascita di un nuovo partito, anche se Fini ha avuto paura a pronunciare chiaramente questa parola.


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